Tra ponte e soglia
07 marzo 2026

Scese dall’auto come chi lascia alle spalle la vita di tutti i giorni per entrare in un mondo solo suo.
Davanti a lei si stendeva un ponte lungo di pietra, sospeso tra le nuvole e il mare.
Sotto, l’acqua era di un azzurro così intenso che pareva catturare il cielo e rifletterlo senza sforzo. Un mare calmo, perfetto, eppure quell’altezza le strinse il cuore in un nodo di paura.
Fece un passo, esitò. Il ponte sembrava chiamarla, ma il vento e il vuoto sotto i piedi le parlavano di fragilità. Tornò indietro. Non era pronta.
Non quella via, almeno non ora.
Volse lo sguardo e vide una strada alternativa. Tortuosa, impervia, piena di curve e pietre scivolose. Non prometteva leggerezza, ma almeno c’era una strada.
Così la scelse.
Fu allora che lo vide: un volto a lei familiare.
Non lo incontrava dall’ultimo addio che avevano condiviso, eppure l’abbraccio venne spontaneo, come se il tempo e la distanza non esistessero.
Nessuna parola fu necessaria.
Camminarono insieme, lungo quella via difficile, tra sassi e luci d’oro filtrate dagli alberi, condividendo un silenzio che parlava più di mille discorsi.
Il sentiero si inerpicava tra rocce umide e fiori selvatici, e a un tratto un piccolo salto… cadde in una pozza di acqua che le bagnò i piedi, era una piccola fonte di acqua cristallina.
L’acqua non era fredda né minacciosa: era pulita, viva, quasi come se volesse accompagnarla, passo dopo passo.
Finalmente, in cima alla collina, apparve la meta. Due porticine minuscole, così piccole che sembravano progettate per creature invisibili, sbarravano l’ingresso. Rimase per un istante paralizzata, chiedendosi come avrebbe fatto a passare. Ma mentre esitava, il muro davanti a lei tremolò e si spalancò: non due porte piccole, ma una porta enorme, maestosa, che sembrava crescere dal pavimento e abbracciare il soffitto. Una soglia immensa, pronta ad accoglierla.
All’interno, la sala era viva. Tavoli lucenti, persone che chiacchieravano, ma quando si voltarono verso di lei, la salutarono con riverenza, come se l’avessero aspettata da sempre. Per la prima volta si sentì al sicuro, eppure importante. Un brivido di consapevolezza le attraversò la schiena: non era il ponte a doverla portare lì, non erano i passi perfetti a contare. Era il cammino, con tutte le sue esitazioni, deviazioni, incontri inattesi, prove e timori.
Si passò una mano tra i capelli spettinati dal vento e li sistemò come meglio poteva.
Guardò intorno, e capì che ogni passo, ogni scelta, persino la paura, l’avevano condotta lì. Non come ospite, ma come colei che apparteneva a quel momento, a quel luogo, a quel cammino.
E nel cuore, un pensiero chiaro come il mare sotto il ponte:
Non serve avere fretta, non serve saltare oltre il vuoto. Bisogna solo percorrere la propria strada, e la porta si aprirà da sola.
Sul ponte alto tremava il cuore,
ma l’acqua azzurra cantava dolce.
Scelse la via tortuosa,
incontrò un volto dal passato,
e ogni passo, bagnato e incerto,
divenne cammino verso la festa.
Due porte minuscole sembravano sbarrate,
ma una grande si aprì da sola.
Non conta il salto più audace,
né la via più breve.
Conta il cammino scelto,
e ogni passo, anche esitante,
porta alla meraviglia.
Maria Gioui


