Elisabeth Lawrence

Il brindisi e l’imprevisto


Capitolo 8

Eravamo sedute al tavolino del bar all’angolo, quello con le tovaglie a quadretti che profumavano di caffè e di zucchero a velo. L’esame era andato magnificamente; sentivo ancora nelle dita la vibrazione delle ultime note e nel cuore una leggerezza che non riuscivo a contenere.

Ridevamo forte, tra un sorso di limonata e i racconti buffi sui professori, quando il tempo sembrò fermarsi.

Proprio davanti a noi, un bambino sbucò dal nulla inseguendo un cerchio di legno, finendo dritto contro le gambe di un uomo che passava di lì. Alzai lo sguardo e rimasi col fiato sospeso: era lui. David.
Era impeccabile come sempre nel suo abito scuro, una figura distinta che sembrava appartenere a un’altra epoca, o forse solo a un mondo più ordinato del mio. Lo vidi barcollare per un istante, cercando di recuperare l’equilibrio e quella sua compostezza così seria, mentre si sistemava la giacca con un gesto rapido.
In quel momento i nostri sguardi si incrociarono. Non potei farci nulla: il mio viso si illuminò e un sorriso mi scoppiò dentro prima ancora di arrivare alle labbra. Le mie amiche smisero di parlare, seguendo la scia della mia attenzione, ma io vedevo solo lui, in piedi tra la folla, con quell’aria un po’ scossa e incredibilmente umana.
«Vedo che anche lei, David, ogni tanto perde il passo…» esclamai, alzando appena il mio bicchiere verso di lui per invitarlo ad avvicinarsi, mentre sentivo le guance scaldarsi per l’audacia.
Sentivo il peso degli sguardi curiosi delle mie amiche bruciarmi sulla pelle, ma non mi importava. David rimase lì per un istante, immobile, come se stesse decidendo se riprendere il suo cammino solitario o cedere a quel richiamo. Poi, con una lentezza che aveva quasi il ritmo di un adagio, fece un passo verso di noi.
La sua presenza sembrava riempire tutto lo spazio intorno al tavolino. Aveva quell’aria di chi ne ha viste tante e, eppure, in quel momento, i suoi occhi sembravano quasi disarmati.
«Si unisca a noi, David,» dissi, facendogli posto sulla sedia accanto alla mia, ignorando i gomiti delle mie compagne che già si scambiavano occhiate eloquenti. «Dovete sapere che se oggi possiamo brindare a questo successo, il merito è in gran parte suo. Se non fosse stato per lui e per la sua prontezza al molo, i miei spartiti sarebbero ancora a mollo tra le barche, e io non avrei avuto nulla da cantare davanti alla commissione.»
Lui si sedette con una grazia composta, scusandosi con un cenno del capo per l’intrusione.
«Non ho fatto nulla che non avrebbe fatto chiunque altro, Elisabeth. Ho solo evitato che il mare si portasse via del talento» rispose con quella sua voce profonda, facendo calare un silenzio improvviso al tavolo.
Per qualche istante nessuno disse nulla. Poi, dal jukebox in fondo al locale, arrivarono le prime note di una canzone dal ritmo allegro e contagioso, spezzando quel silenzio

🎵 JUKEBOX — 06
Sweet Sweet Lightning
Accendi il jukebox ▶

Le mie amiche, di solito incapaci di stare zitte, lo fissavano come se fosse apparso dal nulla.
Feci cenno alla cameriera di avvicinarsi, lasciando che fosse David a scegliere cosa ordinare, mentre una strana fierezza continuava a scaldarmi il petto nel vederlo lì accanto a me, così diverso dai ragazzi della mia età, così composto.
«Non sia modesto. Lei è stato il mio angelo custode in abito scuro» aggiunsi ridendo, cercando di alleggerire la tensione che la sua eleganza aveva portato tra noi. «E ora ci racconti… cosa ci fa un uomo come lei sempre nei pressi del molo? O dobbiamo pensare che anche lei abbia qualche spartito segreto da proteggere?»
La cameriera si avvicinò al tavolo e David ordinò, poi si allontanò con discrezione. Lo osservai mentre accoglieva il bicchiere tra le mani, con una gestualità così misurata da far sembrare rozzo ogni nostro movimento intorno a quel tavolo. Le mie amiche erano ancora in silenzio, e io mi godevo quel momento di segreta intesa tra noi.
Lui sorrise, ma fu un riflesso appena accennato, uno di quei sorrisi che restano quasi del tutto negli occhi.
«Nessuno spartito segreto, Elisabeth, temo di non avere il vostro dono» rispose, rimanendo piacevolmente sul vago. Sollevò lo sguardo verso l’orizzonte, verso il punto in cui il mare si fondeva con il cielo. «È solo che amo respirare l’aria del molo. Anche se vivo in centro, sento spesso il bisogno di fare due passi vicino all’acqua. C’è una chiarezza lì, tra le barche e il sale, che non si trova da nessun’altra parte.»
Osservai il modo in cui parlava, con una calma che sembrava placare persino il chiacchiericcio del locale intorno a noi.
«Allora siamo simili» ribattei, sorridendo mentre lo osservavo. «Solo che io al molo ci cerco l’ispirazione, mentre lei sembra cercarci un po’ di pace.»
Le mie amiche ripresero a chiacchierare, trascinandolo in qualche discorso leggero sulla giornata. David rispondeva con una cortesia naturale, senza mai risultare fuori posto, ma restando comunque molto riservato. Mi colpiva il suo modo di stare al mondo: non sentiva il bisogno di riempire i silenzi o di raccontare chissà quali storie. Era lì, semplicemente, con quella sua presenza che sembrava dare un peso diverso a tutto il pomeriggio.
Rimasi a guardarlo mentre poggiava il bicchiere sul tavolo con un gesto preciso. Mi piaceva quella sua calma. Non sapevo nulla di lui, se non che era stato capace di trovarmi per restituirmi quegli spartiti, eppure mi sentivo stranamente a mio agio.
Le mie amiche si allontanarono in un turbine di risate e saluti, svanendo verso il centro con la spensieratezza di chi ha appena chiuso un capitolo importante della vita. Ci promettemmo di sentirci presto, ma mentre le loro voci diventavano un’eco lontana, io preferii restare.
E David con me.

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