Elisabeth Lawrence

L’Ufficio Candidature

Capitolo 7

Erano passati un paio di giorni da quando l’avevo vista allontanarsi verso la collina.
Mi era rimasta addosso quella sensazione strana, come qualcosa di incompiuto che continuava a tornare nei momenti più inattesi.

Avevo ricevuto una chiamata dall’ufficio candidature: mancava un documento per completare la pratica. Era una seccatura burocratica! Mentre mi dirigevo verso il palazzo comunale scorsi da lontano Elisabeth che camminava verso il molo. L’impulso di seguirla fu quasi irresistibile, ma dovevo sbrigare quella faccenda.

Entrai nell’ufficio della signora Higgins con i sensi tesi e i movimenti bruschi di chi ha la testa già altrove, preoccupato solo di non perdere la sua scia.

«Ecco il documento, signora Higgins», dissi, cercando di mantenere un tono formale mentre poggiavo un foglio sul bancone con un gesto secco.

L’impiegata lo guardò, poi guardò me sopra la montatura degli occhiali, quindi abbassò di nuovo gli occhi sul foglio.

«Signor Whittaker… a meno che lei non voglia che il Comune le stiri i pantaloni, questo è il ritiro della tintoria.»

Nel più totale imbarazzo portai lo sguardo su quel foglietto giallo. Era piccolo, insignificante, con i bordi stropicciati che lo facevano sembrare ridicolo tra le mie mani. Sentivo un calore salirmi alle tempie, un rossore improvviso che non riuscivo a domare.

Aprii quella cartellina con dita pesanti, tirai fuori il foglio corretto e lo porsi alla signora Higgins, cercando di non incrociare il suo sguardo divertito.

«Chiedo scusa, la fretta… ecco quello giusto

Firmai rapidamente, sentendo le dita improvvisamente troppo grandi e goffe per quella penna così sottile.

Uscii da quella stanza quasi di corsa, cercando di recuperare quel briciolo di dignità che mi era rimasto. L’unico mio pensiero era tornare all’aria aperta, verso il molo.

Il mio passo era frettoloso, ma quando arrivai Elisabeth era già scesa dalla barca e stava salendo verso la collina. Mi fermai a guardarla da lontano, decidendo di non essere invadente, ma ormai sentivo dentro di me una curiosità che bruciava come un motore acceso.

Nei giorni successivi iniziai a frequentare la zona più spesso, sperando quasi ostinatamente che il caso mi concedesse un’altra possibilità.

E la possibilità arrivò nel modo più inaspettato.

Un pomeriggio stavo camminando per le vie del centro, cercando di mantenere il mio solito passo regolare, quando un bambino che correva all’impazzata, inseguendo un cerchio di legno, mi finì dritto tra le gambe.

Mi ritrovai a barcollare per un istante, cercando di recuperare l’equilibrio e la mia compostezza da uomo tutto d’un pezzo, proprio mentre davanti a me si apriva il dehors di un locale.

Mentre mi ricomponevo la giacca con un gesto rapido, fui investito da una serie di risate cristalline, di quelle che ormai avrei saputo riconoscere tra mille.

Elisabeth era lì, seduta a un tavolino all’aperto insieme ad alcune amiche. Festeggiavano l’esito degli esami e l’aria intorno a loro sembrava vibrare di leggerezza.

Proprio in quel momento i nostri sguardi si incrociarono.

Mi vide arrivare così: distinto e solitario nel mio abito scuro, eppure un po’ scosso da quel piccolo urto imprevisto. Il suo volto si illuminò all’improvviso, con un sorriso che sembrava accogliere non solo me, ma anche tutta quella mia goffaggine appena accennata.

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