Elisabeth Lawrence

Io… sono Elisabeth

Capitolo 6

Seduta al pianoforte, avevo trasformato il caos di quella mattina in musica. Le dita scorrevano sugli accordi, creando un filo invisibile tra il disordine dei fogli sparsi e il battito del mio cuore.

Quando finalmente mi alzai, con le mani ancora calde sugli ottavi, decisi di fare una doccia veloce. L’acqua calda mi avvolse, ma non riuscì a lavare via i pensieri.

Durante la colazione, il ricordo riaffiorò con forza.

Era successo ieri. Poco prima dell’esame.

Mi vidi correre verso il Conservatorio, il fiato corto, i fogli sparsi sull’asfalto. E poi quel momento improvviso: lui. Calmo. Sorridente. Le mani tese verso di me.

Il battito accelerato. Le guance in fiamme. Le parole inceppate.

Ogni dettaglio era nitido, come se fosse accaduto pochi minuti prima.

Era mattina presto. L’aria ancora fresca. Il sole basso filtrava tra le palme. Correvo su per la rampa del Conservatorio, pronta a spingere la porta socchiusa per entrare e sostenere l’esame.

Una voce alle mie spalle mi fece sobbalzare.

«Signorina!»

Mi voltai di scatto.

Era lui.

L’uomo che mi aveva soccorsa, con alcuni fogli in mano — quelli rimasti a terra, di cui non mi ero nemmeno accorta.

«Questi erano rimasti lì,» disse, porgendomeli con calma.

Gli occhi mi si spalancarono. Il sollievo mi tolse il fiato.

«Oh… mio Dio… mi ha salvata! Io… non so come… grazie… davvero. Lei è stato… io…»

Le parole si incepparono in gola. Il cuore batteva all’impazzata. Le guance bruciavano. Le mani tremavano.

Volevo dirgli qualcosa di sensato. Chiamarlo per nome.

Ma un lampo di panico mi attraversò: non glielo avevo nemmeno chiesto.

I piedi sembravano incollati al gradino.

Riuscii solo a balbettare:

«Io… io… sono Elisabeth.»

Lui accennò un mezzo sorriso. Uno di quelli che sanno dire tranquilla.

«David.»

Un sollievo improvviso mi attraversò.

«Grazie, David!» esclamai, probabilmente troppo forte.

Poi girai sui tacchi e spinsi la porta, sparendo all’interno.

Il rumore attutito delle lezioni lontane mi avvolse, ma il cuore non si calmava.

Mi appoggiai un istante alla parete, i fogli stretti al petto.

Non avevo un indirizzo. Nessun telefono.

Solo il suo nome.

David.

E quegli occhi scuri, che mi avevano guardata senza giudicare.

Il pentimento mi strinse lo stomaco.

Perché non gli avevo chiesto qualcosa… qualsiasi cosa?
Perché ero scappata così in fretta?

Tirai un respiro profondo. Sistemai una ciocca di capelli sugli occhi.

E iniziai a salire le scale interne, il legno scricchiolante sotto i piedi, mentre il suo nome continuava a ronzarmi nella testa.

Come una melodia che non riuscivo a finire.

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