Elisabeth Lawrence

Il Passo delle stagioni

Capitolo 1

Era una mattina di fine primavera, Riverstone sembrava troppo luminosa per il mio umore. Correvo verso il conservatorio con il cuore che batteva al ritmo dell’esame che mi attendeva; ripassavo mentalmente ogni fiato, ogni attacco, con una tensione che mi faceva vibrare fin nelle dita. Cercai con lo sguardo la sagoma familiare della Katelis al molo, sperando che quella visione mi restituisse un po’ di calma, ma la preoccupazione per una nota alta che non riuscivo a domare mi rendeva distratta.

Fu proprio allora, mentre stringevo la cartellina al petto come uno scudo, che il selciato irregolare mi tradì: un passo falso trasformò la mia fretta in un volo rocambolesco.

In un istante il mondo scivolò via sotto i miei piedi. Sentii il suono secco della cartellina che impattava il suolo e vidi i miei spartiti, la mia fatica e le mie speranze, liberarsi nell’aria e sparpagliarsi sul grigio della strada come petali strappati dal vento.

Ero a terra, con il respiro mozzo per la sorpresa e l’umiliazione, quando un’ombra lunga e rassicurante si distese sul selciato davanti a me. Prima ancora di alzare lo sguardo, vidi una mano grande, dalle dita ferme, posarsi con cura sugli spartiti che mi erano caduti proprio accanto. Poi una voce profonda, avvolgente come una nota di violoncello che vibra nel petto, ruppe il mio sgomento, chiedendomi con premura se mi fossi fatta male.

Alzai gli occhi e incontrai il suo sguardo. Non c’era giudizio nel suo volto, solo una solida gentilezza che in un attimo fece tacere tutta la tensione degli esami. Mentre mi tendeva l’altra mano per aiutarmi a rialzarmi, l’aria di Riverstone parve farsi più densa, carica di una presenza rassicurante che mi fece dimenticare, per un istante infinito, persino la mia nota alta. Accettai quell’aiuto con la gratitudine distratta di chi ha il tempo contato, fuggendo via senza accorgermi che parte della mia anima era rimasta a terra

Ma quell’uomo non lasciò che la musica andasse perduta. Mi rintracciò appena in tempo perché potessi affrontare il mio esame, restituendomi quei fogli che credevo ormai dispersi. Fu nel contatto sottile con lo spartito ritrovato, in quella grana di carta che pareva aver trattenuto il calore di un’attesa, che la sua presenza trovò finalmente un nome: David.

Quell’incontro fu la nota che cambiò l’intera sinfonia della mia vita. Iniziammo a frequentarci, ritagliando momenti preziosi tra i miei studi e il rigore di una casa che non ammetteva ritardi. Erano conversazioni intense, che avrei voluto durassero fino all’alba, dove nei brevi tramonti davanti al mare iniziai a percepire il passo di due stagioni diverse che si sfioravano: la sua esperienza, così densa e sedimentata, trovava un ritmo perfetto nel mio slancio ancora impaziente.

Quella distanza non era un confine, ma lo spazio in cui i suoi racconti di un futuro altrove si intrecciavano armoniosamente alle mie ambizioni. In quei mesi, David divenne il porto sicuro in cui la mia voce trovava il coraggio di essere se stessa, al di là degli spartiti classici. Per questo, quando mi chiese di seguirlo verso l’orizzonte di Sunnyville, non vi fu esitazione, né dubbio; non era una fuga avventata, ma la naturale prosecuzione di un cammino che avevamo già iniziato a percorrere insieme nel cuore.

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