Elisabeth Lawrence

Nota sospesa

Capitolo 3

Le strade di Riverstone si inerpicavano davanti a me, immerse in quel chiarore bianco e setoso che segue di poco l’ora di pranzo. Era il momento in cui l’estate sembrava trattenere il respiro, con il riverbero che batteva piatto sui marciapiedi rendendo i colori quasi troppo nitidi. Avevo ancora la gola leggermente secca per lo sforzo del canto, quella strana sensazione di vuoto e pienezza che resta dopo aver proiettato la voce davanti a una commissione. Avrei dovuto provare solo un immenso sollievo per aver concluso le arie dell’esame, eppure sentivo una strana irrequietezza, un ronzio sottopelle che non aveva nulla a che fare con la tecnica vocale.

Più salivo verso la collina, più l’aria si faceva pungente. Portava con sé l’odore aspro e salmastro dell’oceano, che risaliva i pendii per poi perdersi nel profumo umido e pesante delle ortensie.

Erano cespugli traboccanti, carichi di petali di un blu così profondo e vibrante da sembrare quasi innaturale, come se avessero bevuto tutto il cobalto del mare per poi restituirlo in quella freschezza cerosa che mi sfiorava le gambe al passaggio.

Non riuscivo a smettere di pensare a come i miei fogli fossero volati via e alla rapidità con cui quell’uomo si era chinato a raccoglierli. Ricordavo il calore improvviso del suo tocco, il modo in cui le nostre dita si erano sfiorate quasi a voler fermare il tempo, lasciandomi addosso una presenza che non riuscivo a scrollarmi di dosso come una nota sospesa.

David!

Mi soffermai su quel nome, pronunciandolo mentalmente come se fosse una nota nuova, fuori spartito. Mi immaginai di incontrarlo di nuovo, magari in un caffè meno caotico di quello del Conservatorio, o di vederlo apparire tra la folla mentre camminavo. Mi persi per un attimo a fantasticare su cosa facesse nella vita, sul perché avesse quello sguardo così poco allineato al resto del mondo, lasciandomi cullare da quella visione che rendeva il sole ancora più brillante.

Incrociai la signora Gable che annaffiava le sue petunie di un rosa sfacciato e le sorrisi con una leggerezza che non provavo da mesi. Ero altrove, prigioniera di quel volto e di quella forza inquieta che aveva fatto a pezzi la mia routine.

Quando arrivai davanti alla porta di casa, esitai. Mi sistemai la cartella a tracolla sulla spalla, presi un respiro profondo e cercai di ricompormi. Varcai la soglia e ritrovai il respiro caldo della casa, con il sole che colava dalle vetrate e si stendeva sul marmo come un tappeto di seta dorata.

Sentii il saluto apprensivo di mia madre provenire dal salone, ma nella mia testa continuava a risuonare solo quel nome, come una melodia che non riuscivo a smettere di canticchiare.

«Elisabeth? Sei tu, cara?» La voce di mia madre arrivò dal salone, calda e composta. Apparve sulla soglia, studiando il mio viso con la sua solita, amorevole attenzione. «Allora? Com’è andata? Tutto bene? Sei… radiosa, tesoro

Fu allora che il battito ebbe un sussulto, ma non per David. Un pensiero mi colpì con la forza di una nota stonata: papà!!

«Oh, no…» sussurrai tra me e me, stringendo la tracolla della cartella. Avevo promesso che sarei passata da lui sulla Katelis subito dopo l’esame. Me lo immaginai lì, sul ponte della barca, ad aspettare i miei passi sul legno mentre il sole di Riverstone scaldava lo scafo.

«Bene, mamma, tutto bene,» risposi, cercando di mascherare il leggero affanno. «Ma mi sono del tutto dimenticata di papà. Gli avevo promesso che sarei rimasta un po’ con lui sulla barca subito dopo l’esame… ma ero davvero troppo presa dai pensieri.» Per un istante fui tentata di raccontarle della mia caduta, dei fogli sparsi sull’asfalto e della gentilezza distaccata di quello sconosciuto che mi aveva aiutata. Le parole erano lì, sulla punta della lingua, ma poi preferii tacere: era un frammento che volevo tenere solo per me, ancora troppo confuso per essere spiegato.

Lei mi sorrise, avvicinandosi per sistemarmi una ciocca di capelli che il vento della collina aveva scompigliato. «Non preoccuparti, il tempo c’è. Vai a rinfrescarti, possiamo andare insieme. Magari passiamo a prendere quei biscotti al burro che gli piacciono tanto, così beviamo il tè tutti insieme sulla Katelis.»

Salii in camera, feci una doccia rapida e indossai un abito di seta bianco, lasciando che il tessuto fresco scacciasse finalmente l’afa del mattino. Indugiai un momento davanti allo specchio per passarmi un velo di rossetto. Volevo apparire normale, la Elisabeth di sempre, anche se sentivo la testa ancora un po’ tra le nuvole, con quel volto incontrato per caso che continuava a riaffiorare tra un pensiero e l’altro.

Uscimmo nel tardo pomeriggio. Il centro di Riverstone splendeva, vivace e curato. Ci fermammo in pasticceria, avvolte dall’odore rassicurante di burro, zucchero e vaniglia. Dalla radiolina posata sul bancone arrivava piano una canzone di Carole King, morbida e malinconica, come se anche la musica sapesse che l’estate stava per voltare pagina.

Sulla Katelis, papà ci accolse con un sorriso ampio e luminoso, gli occhi che si accendevano nel vederci arrivare insieme. La pipa spenta in bocca, la vecchia bandiera sbiadita dei Marines che sbatteva piano contro la battagliola come un respiro lento. Ci sedemmo sul ponte, il legno ancora caldo di sole, e il tè versato nelle tazze fumanti portò con sé un silenzio che non aveva bisogno di parole: solo il leggero sciabordio dell’acqua contro lo scafo, il tintinnio del cucchiaino, il profumo di burro e cannella che si mescolava al sale dell’aria. Ridemmo, chiacchierammo dell’esame, e per un attimo mi sentii davvero protetta in quella bolla familiare. In quel momento tutto sembrava fermarsi, il mondo fuori, i pensieri dentro, e il tempo si faceva morbido, come se la barca stessa respirasse con noi.

Il pomeriggio avanzava. Papà decise di rientrare per sbrigare alcune commissioni. Io e mamma, invece, restammo in centro. Camminavamo a braccetto, divertite e rilassate, godendoci quel momento di leggerezza. Guardai il profilo di mia madre ammorbidito dal sole e provai una gratitudine improvvisa per la sua capacità di rendere tutto più semplice, come se la sua sola vicinanza bastasse a riordinare il caos che avevo dentro.

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