Elisabeth Lawrence

Order of Chaos

Capitolo 4

A cena, il tintinnio delle posate sulla porcellana faceva da sottofondo alle nostre chiacchiere, un suono familiare che mi restituiva un senso di pace. Sentivo lo sguardo di mio padre su di me, quel suo modo attento di leggermi dentro che mi aveva sempre fatta sentire al sicuro.

«Allora, Elisabeth, ora che l’esame è passato puoi finalmente riprendere fiato. Cosa hai intenzione di fare quest’estate? Un po’ di riposo mi sembra il minimo, prima di pensare alla carriera.»

«Hai ragione, papà. Mi piacerebbe solo staccare la spina per un po’, godermi il mare e non fare programmi,» risposi; ma mentre sorridevo a lui, l’immagine di quegli occhi incrociati per strada tornò a farsi spazio, nitida e improvvisa.

Ma mia madre mi studiava. Sapevo cosa stava cercando: quel suo modo di accorgersi di ogni mio minimo mutamento, come se riuscisse a percepire il ronzio di un pensiero nuovo prima ancora che io stessa gli dessi un nome.

«Sembri… altrove, cara. Sei sicura di stare bene?»

«Sto bene, mamma. Solo una giornata intensa… ho ancora il riflesso del sole negli occhi,» risposi.
Ma dentro di me sapevo che la scusa non bastava: per la prima volta dopo tanto tempo, la mia mente continuava a fuggire lontano da quella tavola.

Rimasi ancora un poco con mamma a chiacchierare, avvolte dalle note di una delle nostre opere preferite che riempiva la stanza.

Papà ci osservava in silenzio, con uno sguardo colmo di orgoglio e amore, mentre le spire azzurre del suo sigaro danzavano nell’aria calda della sera.

Finalmente salii in camera, entrando nel silenzio della mia stanza. Il cuore mi batteva in gola, rincorrendo i frammenti di quella giornata intensa: l’esame, le risate con i miei, la cena perfetta.
Ma sopra ogni cosa, tornava lui.

David.

Rivedevo i suoi occhi, un’immagine che non riuscivo a scacciare; il sole che scaldava la strada mentre correvo verso il Conservatorio e quella frazione di secondo in cui le nostre mani si erano sfiorate. Eravamo entrambi lì, chinati a raccogliere i miei spartiti finiti a terra dopo quel mio stupido inciampo. Un contatto elettrico, una scossa che mi era passata sotto la pelle mentre l’imbarazzo mi divampava sulle guance, rendendomi tutto maledettamente difficile. Mi sentivo goffa, eppure i suoi occhi erano lì a fermare il tempo; sentivo ancora il suo profumo.

Un’euforia assurda mi invase, una voglia di gridare che si trasformò in urgenza. Presi il taccuino e iniziai a scrivere, le parole cadevano sulla carta senza che dovessi pensarci. Order of Chaos. Il mio disordine che finalmente trovava un nome.

Non dormii. Non potevo. All’alba, quando la casa era ancora immersa in quel silenzio ovattato, mi chiusi nella sala da musica. Il mio pianoforte a coda mi aspettava, un gigante nero nel blu elettrico della stanza. Accesi solo la piccola lampada sul piano, lasciando che la luce giallognola sporcasse appena la penombra.

Avevo ancora i capelli sfatti e il freddo dell’umidità nelle ossa, ma le mie dita sapevano già dove andare. Inciampai sui primi accordi, proprio come ero inciampata correndo nel vicolo che porta al Conservatorio, ma stavolta non ebbi paura di cadere. Ogni errore era una nota di passaggio, ogni dissonanza era un pezzo di me che tornava al suo posto.

Iniziai a cantare sottovoce, con quel calore da soprano che di solito riservavo ai grandi palchi, ma che lì, nel segreto dell’alba, divenne un sussurro potente. Sentivo la melodia crescere, espandersi, fino a esplodere in un grido che non era più dolore, ma pura, magnifica geometria.

Stavo scrivendo di lui e, mentre lo facevo, sentivo che stavo finalmente tornando a me stessa, ogni parola, ogni accordo, era un frammento di quella mattina caotica, trasformato in musica.

Era il mio “Order of Chaos”, e la stanza intera sembrava ascoltare il mio cuore parlare.

I saw your face in the middle of the crowd,

A silent command, not too long, not too loud.

I’ve spent the night trying to find the right key,

To unlock this room that was waiting for me.

The coffee is cold, the rain is still on the glass,

Watching the ghost of your memory pass.

My fingers are searching for what I can’t name,

A heart in the shadows, a soul in the flame.

My hands are shaking, they don’t know the way,

But they remember the words you didn’t say.

It’s a strange geometry, a line in the dark,

A sudden fire born from a single spark.

I’m messy,

I’m broken,

I’m out of my mind,

In the wreck of my life,

you’re the peace I should find.

The world is a noise that I finally cut through,

Because every note…

every note leads to you.

It’s the Order of Chaos, a beautiful mess,

The weight of your gaze,

a holy transgress.

It’s not a mistake,

it’s a symmetry found,

In the middle of noise, a sacred sound.

I’m writing your name between the black and the white,

Keeping the Order…

…all through the night.

I’m falling, I’m tripping, I’m losing my breath,

But your eyes are the anchor that saves me from death.

I stumble in shadows,

I run through the rain,

But the rhythm of “us” is silencing the pain.

It’s the symmetry… the geometry… of you!

It’s the Order of Chaos, a beautiful mess,

The weight of your gaze, a holy transgress.

It’s not a mistake,

it’s a symmetry found,

In the middle of noise, a sacred sound.

I’m writing your name between the black and the white,

Keeping the Order…

…all through the night.

The chaos is quiet now.

One more note…

just for you.

just an order…

in the chaos.

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